Ultimo articolo su MokaByte sulle retrospettive agili

È pubblicata sul numero di febbraio di MokaByte l'ultima puntata della serie di articoli dedicati alle retrospettive in team agili.

È pubblicata sul numero di febbraio di MokaByte l’ultima puntata della serie di articoli dedicati alle retrospettive in team agili.
L’autore, il nostro coach Pierluigi Pugliese, dopo aver presentato nei due precedenti articoli alcuni  utili consigli per chi svolge la funzione di facilitatore, prosegue  con qualche altro suggerimento e affrontando soprattutto il tema della identità dello ScrumMaster per comprendere se si tratti di un membro del team di sviluppo o di un faciliatore.
Questa serie di articoli verrà prossimamente confezionata in forma di capitolo e inserita all’interno del libro Guida Galattica per Agilisti, libro pubblicato dalla redazione di MokaByte.

 

La gestione del tempo

Riportiamo qui l’incipit dell’articolo, il resto è consultabile al seguente indirizzo.

Mi è capitato di notare in svariati facilitatori di retrospettive un atteggiamento piuttosto caratteristico, ossia la mancanza di pazienza. Le retrospettive, però, sono situazioni in cui dovremmo promuovere creatitivà e riflessione, e queste attività necessitano di tempo: mettere le persone sotto pressione non è certo di aiuto.

Essere sotto pressione perchè manca tempo è una condizione che tende a bloccare la creatività: e non si tratta solo di un’impressione, ma esistono a tal proposito anche degli studi effettutati nell’ambito delle scienze cognitive e psicologiche. È questa la ragione per cui di solito tengo il mio timer ben lontano dalla stanza della retrospettiva: quando pongo al gruppo un limite temporale per svolgere un determinato compito, si tratta solo di un’indicazione sul tempo che mi aspetto sia necessario a loro per farlo. Non faccio partire alcun timer, ma mi metto invece a osservarli mentre lavorano: continuano a “produrre”? Hanno bisogno di un altro po’ di tempo? Oppure hanno già finito e possiamo fermarci prima di quanto pensassimo?

Quando il gruppo interagisce su un determinato compito, è anche possibile notare che arriva un punto in cui il volume medio nella stanza si abbassa significativamente: nella mia esperienza, questo è un segno che il gruppo ha sostanzialmente concluso di lavorare sul compito assegnato. In una situazione come questa è possibile anche “metterli sotto pressione” dicendo: “ancora due minuti e poi fine”. È un modo per dire loro di affrettarsi se hanno ancora qualcosa di chiarire prima di dichiarare conclusa l’attività; circa due minuti dopo  – e anche qui non sto a usare il cronometro – interromperò l’attività per passare a quella successiva.

Nel mondo agile, dare tempi prestabiliti a certe attività (“timeboxing“) è pratica molto comune e ci sono buone ragioni per farlo; ma, nelle retrospettive, lavorare in maniera “time-boxed” è sicuramente dannoso.

D’altro canto, questo non significa che la retrospettiva si debba trascinare fino a sera, quando arriva il personale delle pulizie a cacciarvi dalla stanza perchè deve lavorarci: è responsabilità del facilitatore di gestire il tempo e fare in modo che tutto venga completato entro i tempi prestabiliti. Pertanto, anche se il team può in effetti fluttuare in un limbo senza tempo, il facilitatore deve invece essere ben consapevole del tempo ancora a disposizione e di quello che si può fare in quel tempo, pur senza farlo pesare al gruppo di lavoro.