Reloaded Camp 2018. La giornata

Abbiamo fatto coincidere l’inizio astronomico della primavera 2018 con il Reloaded Camp, l’evento organizzato da Agile Reloaded per i suoi clienti attuali e passati, pensato per fare il punto della situazione, vedere cosa è successo, creare un’occasione di networking. In questo “resoconto” vediamo come è andata, almeno dal nostro punto di vista.

Una giornata per confrontarsi e crescere

In un altro post vi abbiamo dato conto delle motivazioni che ci sostengono nell’organizzare il Reloaded Camp. Di seguito, cerchiamo di raccontare quello che ce ne è parso, almeno dalle nostro, parziale, punto di vista.

Per il Reloaded Camp 2018 abbiamo avuto quasi cento iscritti e più di settanta presenti, provenienti da molte e diversificate aziende, per un programma davvero intenso, svolto a Milano, nella cornice di Palazzo Stelline.

La giornata è stata suddivisa in due momenti: una prima fase in cui manager e sviluppatori partecipano in maniera separata a presentazioni e discussioni su temi specifici per il loro ambito, e una seconda fase plenaria, in cui si tenta una sintesi.

 

Le attività del Reloaded Camp 2018

L’introduzione si è concentrata su una breve ricapitolazione del percorso effettuato da Agile Reloaded. Giulio Roggero si è tenuto ben lontano da toni autocelebrativi — qualcuno ci ha amichevolmente fatto notare che avremmo potuto indulgere maggiormente nella “celebrazione” del lavoro svolto dai nostri clienti e da noi come azienda — ma ha voluto mettere in luce l’espansione che Agile Reloaded ha avuto in questi anni di attività.

Si è fatto riferimento anche alla rete di aziende — la Reloaded Alliance — che operano ciascuna nel suo campo specifico, ma riconoscono l’importanza dello scambio di conoscenze e del coordinamento di azione.

Giulio presenta la giornata

 

I nostri clienti sono ormai di ambito piuttosto “variegato” perché accanto ai più classici settori in cui il software è fondamentale — digital (prodotto e agenzie), banche/finance & assicurazioni, telco e ingegneria, trasporti — si sono aggiunti anche ambiti di intervento — TV, editoria, PA, Food & Beverage — in cui non sempre si va a impattare primariamente sullo sviluppo IT, ma ci si concentra invece su aspetti diversi del processo.

Del resto, ed è stato un messaggio ribadito a più riprese nel corso della giornata, ciò che chiamiamo Agile è oggi diverso da ciò che definivamo così quindici anni fa, quando qualcuno dei fondatori di Agile Reloaded si è timidamente avvicinato a quella cosa strana che era il “Manifesto per lo sviluppo agile del software”…

Pur restando fedeli a certi principi, in un mondo che evolve occorre adattarsi ai cambiamenti e ipotizzare un orizzonte oltre agile senza essere pretenziosi, ma anche senza elevare a feticcio schemi pensati venti anni prima esclusivamente per un particolare ambito produttivo.

 

La mattinata degli sviluppatori

Nonostante Agile stia sempre più uscendo dai confini prettamente tecnologici, c’è ancora molto da dire su questi temi: gli sviluppatori hanno avuto sicuramente l’occasione di assistere ad alcuni interventi stimolanti e, ci auguriamo, ricchi di spunti da ampliare.

 

Giulio ha parlato di piattaforme digitali, debito tecnico e time-to-market con una prospettiva a medio termine, ossia cercando di delineare il valore dell’infrastruttura tecnologica di integrazione a piattaforma da qui al 2020. Al di là delle sensate considerazioni sul costo del debito tecnico e su come questo si rifletta sul time-to-market, ha colpito molto la considerazione che la realizzazione delle piattaforme 202x è una questione culturale e non di tecnologia, visto che abbiamo già degli stili architetturali che consentono piattaforme omnichannel ma non è detto che essi siano compresi nel loro valore di business e adottati estensivamente.

Piattaforme digitali

 

Damiano Salvi e Ferdinando Santacroce hanno presentato una panoramica su Kotlin. Si tratta di un linguaggio di programmazione conciso e produttivo, completamente interoperabile con Java in entrambe le direzioni. Kotlin ha un suo compilatore e sue librerie standard ma permette di utilizzare senza alcuna complicazione librerie Java preesistenti.  Le applicazioni scritte in Kotlin sono invocabili da Java.

Oltre a fornire esempi di codice e di utilizzo, i due esperti hanno messo in luce l’importanza dell’apprendimento collaborativo e della condivisione della conoscenza attraverso il sistema delle gilde, che ha facilitato e reso anche più “divertente” l’adozione di Kotlin.

 

Emanuele Mantovani ha presentato un intervento dal titolo User experience e Scrum. Massimizzare il valore dello UX design all’interno del processo di sviluppo incrementale, partendo dal team. La presenza del “grafico” nel gruppo di sviluppo è ormai una pratica assodata in molti dev team e la progettazione dell’esperienza utente rientra perfettamente nello schema dell’approccio iterativo e incrementale ai progetti, tipico della metodologia Scrum. Con qualche esempio tratto da casi reali, si è cercato di mettere in luce buone pratiche e di confermare il valore di questo tipo di approccio.

 

La mattinata dei manager

Nella sala dedicata alle tematiche più strettamente manageriali si sono susseguiti tre interventi, diversi per tono e contenuto, ma accomunati dalla modalità di svolgimento: non tanto delle presentazioni in senso classico, quanto delle riflessioni a voce alta, con casi di esempio, volte a “preparare il terreno” per quello che sarebbe accaduto al pomeriggio.

 

Pino Decandia e Stefano Leli hanno parlato di Agile Antipattern ossia di quei modelli e comportamenti apparentemente agili, che vengono messi in atto per migliorare le cose ma che finiscono per far peggiorare la situazione. È stato illustrato e commentato un lungo elenco di situazioni disfunzionali tipiche, spiegando anche gli indizi che portano a comprendere cosa sta accadendo dietro l’apparente “agilizzazione” dei processi.

Ad esempio, solo per limitarci a un caso, la classica situazione in cui business e dev lavorano separati, per quanto con metodi agili, viene rivelata da indizi precisi (smell, proprio come gli “odori” che possono rivelare gli ingredienti con cui si sta cucinando): PO che non partecipano volentieri; team al cui interno esistono esistono competenze business e tecniche ben distinte, con i primi che scrivono i requisiti e i secondi che li implementano; business che si fa rappresentare da qualcun altro con poco potere decisionale (Proxy PO) e così via.

A tratti, i tavoli a cui sedevano le persone si sono contraddistinti per lunghi silenzi e qualche sospiro: l’impressione è stata non che la cosa non interessasse ma, anzi, che in molti fossero assorti nell’individuare all’interno della propria realtà i segnali indicatori di uno o più antipattern tra quelli presentati.

Pino e Stefano: Agile Antipattern

 

La conclusione verteva sull’approccio che Agile Reloaded cerca di applicare non tanto per rimuovere direttamente certi comportamenti disfunzionali, ma per consentire alla realtà che li mette in atto di prenderne coscienza e trovare soluzioni adatte al suo peculiare contesto.

 

Fabio Ghislandi e Giovanni Puliti hanno spostato lo sguardo su ciò che i manager possono fare per supportare il cambiamento nelle organizzazioni. Tenendo come filo conduttore il concetto di Radical Management illustrato da Stephen Denning, si è cercato di illustrare nel concreto e di attualizzare alle realtà aziendali in cui ci muoviamo la serie di principi proposti dal manager australiano per il panorama aziendale del XXI secolo: reinventare il lavoro; ispirare l’innovazione continua; creare un contesto appassionante; soddisfare il cliente.

Grande spazio è stato dato al tema dell’autoorganizzazione dei team, che non è solamente una buon proponimento, ma si nutre di pratiche che la agevolano, si attua in contesti in cui regnano comunicazione chiara e trasparente, consapevolezza e assunzione di responsabilità, equilibrio tra delega ed emancipazione.

Fabio e Giovanni: radical management

 

Riferendosi proprio al tema scelto quest’anno per il Reloaded Camp (“Fondiamo i progetti su individui motivati. Diamo loro l’ambiente e il supporto di cui hanno bisogno e confidiamo nella loro capacità di portare il lavoro a termine.”) si è visto come il management debba puntare più che alla singola prestazione assoluta, a un costante miglioramento continuo e quali siano alcune pratiche e alcuni strumenti che possano aiutare in questo processo, a cominciare da una comunicazione adeguata.

 

Luca Bergero e Davide Tarasconi hanno parlato di Agile HR, facendo partire la riflessione dalla scelta… tra tappi per bottiglia in sughero o in plastica. Lasciamo a chi era presente il significato recondito di questo passepartout… Ma raccontiamo a beneficio di chi legge che il tema affrontato è stato quello dello “smarrimento” in cui possono trovarsi molte persone nell’ambito di una trasformazione in senso agile della loro azienda.

A fronte di un job title preciso e “deterministico” che garantiva — o perlomeno sembrava farlo — il proprio ruolo all’interno dell’organizzazione, ci si ritrova spesso un po’ confusi, senza aver più quel tipo di “appiglio” rappresentato appunto dal “titolo” e dalla conseguente carriera. Il fatto è che nell’organizzazione aziendale che si va reinventando per il XXI secolo, 1 persona (≠ 1 job title) ≠ 1 ruolo. Una persona, infatti può rivestire più ruoli e non ha più un titolo che la rappresenta.

Attraverso una presa di coscienza fatta di molte piccole acquisizioni, certe persone comprendono ad esempio che anche una carriera “non lineare” può apportare soddisfazione e che si può avere un ruolo da “moltiplicatore” anche senza far parte del management apicale. In particolare, questa funzione del multiplier cioè della persona che “moltiplica”, “accresce”, “aumenta” il valore di quello che accade grazie alla sua influenza, finisce per ribaltare il classico strumento con sui si misura l’importanza del proprio ruolo: non “quante persone ho gerarchicamente sotto di me” ma piuttosto “quante persone mi chiedono consiglio”.

Luca e Davide: Agile HR

 

Si è trattato di un intervento in grado di delineare alcune tematiche fondamentali nell’approccio all’argomento HR in ottica innovativa e contemporanea, che ha lasciato sul tavolo — oltre ai numerosi tappi di sughero e di plastica — anche una serie di spunti e ispirazioni che in molti hanno dichiarato di avere apprezzato.

 

Pomeriggio al workshop

Il workshop del pomeriggio Progettare insieme il raggiungimento di performance eccellenti è stato condotto da Marco Calzolari. Tra i suoi scopi, c’era anche quello di far lavorare insieme persone che non si conoscevano e che appartenevano ad aziende diverse. Si è svolto con quattro distinte fasi.

Anzitutto ogni persona doveva individuare una situazione professionale positiva in cui le cose erano andate bene, cercando di definire gli elementi positivi che avevano contribuito a crearla: punti di forza, multipliers, motivazioni; e questo valeva sia dal punto di vista personale che contestuale. Ci si metteva poi a coppie, svolgendo alternativamente il ruolo di intervistatore e intervistato, si sintetizzavano, in un breve testo scritto, la situazione e gli elementi che l’avevano abilitata.

Marco: Appreciative Inquiry Workshop

 

Nella seconda fase, ogni coppia si riuniva con altre due o tre coppie in un tavolo, in modo da avere tavoli da 6 o 8 persone e ciascun intervistatore raccontava la storia che aveva ascoltato dal suo intervistato. Sentite tutte le storie, Il tavolo “eleggeva” una storia esemplare che, pur appartenendo in particolare a una persona, potesse comunque contenere al suo interno elementi comuni anche alle altre storie.

Nella terza fase, un rappresentante del tavolo raccontava la storia all’intera assemblea, con un breve intervento, un pitch, in grado di trasmetterne gli elementi fondamentali. Abbiamo ascoltato dieci storie dalle quali sono emerse tutte le diversità ma anche svariati punti comuni, ad esempio il ruolo di “pionieri” svolto da piccoli nuclei, l’importanza dei “moltiplicatori” che si incontrano nel proprio contesto e così via…

Ma raccontare non basta. E infatti il passo successivo, il quarto, diventava implementare una qualche strategia pratica, applicabile in azienda nel breve termine (6-8 mesi) che prendesse spunto dagli elementi abilitanti appena visti e potesse concretizzarsi in un’azione reale.

Tra le numerose proposte, alcune sono apparse più immediatamente applicabili di altre, nel senso che l’approccio era “prendo qualcosa di piccolo ma funzionante e lo provo in azienda”: ad esempio, riorganizzare alcuni spazi fisici per renderli più adatti al nuovo modo di lavorare o per creare una “arena” in cui mostrare a tutti coloro che fanno parte di altri progetti i risultati ottenuti nel nostro. Oppure creare delle community of practice in cui sia presente una cultura dell’accettazione dell’errore, si diffondano idee e innovazioni e, perché no, si celebrino anche i piccoli successi.

I gruppi al lavoro nel workshop

 

La formula Appreciative Inquiry Workshop ha sicuramente funzionato. Lo si è visto anche perché quel timido dialogo fra persone della mattina, che si era trasformato in una discussione più aperta all’ora di pranzo, ha finito per diventare un confronto e uno scambio molto più caloroso — e speriamo proficuo — a fine giornata.  Era uno degli scopi del Reloaded Camp per i nostri clienti e crediamo di averlo raggiunto.

 

Arrivederci

Giornata impegnativa per tutti, e ai partecipanti va il nostro grazie per come hanno contribuito alle attività. Faremo una terza edizione del Reloaded Camp? Be’ ne abbiamo già parlato in quest’altro post